Perché dovresti vedere “Viva Amiga” se ami creare in digitale

Mia moglie e mio figlio sono di nuovo dai miei suoceri in questi ultimi giorni festivi, e io di nuovo approfitto di queste ore in solitaria per una recensione e per concludere una serie di riflessioni. Ieri ho preso un caffè con un imprenditore che si occupa di hosting, e ho aggiunto un altro tassello molto importante al quadro dei miei buoni propositi per questo 2017: iniziare a separare progressivamente la mia vita personale dall’azienda che sto formando. Questo vuol dire che il Giovanni-Cappellini-professionista-instancabile presto sarà inevitabilmente affiancato da qualcuno, altrimenti per me al momento stare offline per un viaggio in aereo o una crociera è impraticabile. Solo oggi che era l’Epifania sono stato contattato da 5 persone per motivi di lavoro… Non oso immaginare cosa accadrà lunedì.

Veniamo alla recensione a cui ho fatto accenno: l’idea di questo post scaturisce infatti dalla visione di un documentario, “Viva Amiga“, un progetto annunciato quasi 5 anni fa e diventato realtà (contro le mie aspettative) grazie al crowdfunding. E’ proprio parlando di Amiga su questo blog che ho fatto amicizia con un altro appassionato, Cristian Cassina, e grazie a lui oggi sono venuto a conoscenza del fatto che questo documentario poteva essere finalmente acquistato. Ho deciso di spendere investire 9 euro in contenuto digitale e ho collegato il notebook alla TV, con la certezza che in un modo o in un altro sarei rimasto con l’amaro in bocca.

Inizio subito con una precisazione: dell’Amiga come computer per videogiochi si parla pochissimo. Ma forse è giusto così, visto che già tutti conoscono l’Amiga come la PlayStation degli anni ’80. Il racconto inizia con la sontuosa presentazione del prodotto al pubblico, quella in cui Andy Warhol affermò pubblicamente:

Ho aspettato che venisse realizzato questo computer per poter creare opere d’arte in digitale.

Dopo alcuni retroscena di quella presentazione, raccontati da RJ Mical in maniera molto godibile, c’è un flashback relativo alla fase di gestazione del progetto, flashback in cui spicca la storia di Dave Needle, un ingegnere che pur di lavorare a fianco di chi stava creando quel piccolo capolavoro accettò di fare l’uomo delle pulizie. Il resto è storia nota: il prestito di Jack Tramiel, l’irruzione sulla scena della Commodore, il Macintosh che viene reso obsoleto, il successo nelle vendita che non arriva negli USA ma in Germania…

Ampio risalto viene dato al Video Toaster, una combinazione di hardware e software pensata per l’Amiga e che rendeva l’editing video un’attività alla portata di tutti. Infine, dopo la doverosa pagina dedicata ai giorni del fallimento della Commodore nel 1994, vengono presentati alcuni artisti di musica chiptune che ai giorni nostri portano sul palco i loro Amiga durante le esibizioni live.

La morale della storia è che l’Amiga era la macchina perfetta per chi desiderava creare qualcosa perché a sua volta era stata creata da qualcuno che desiderava fortemente che qualcuno potesse crearci qualcosa, mentre invece tutti gli altri computer sono nati con l’obiettivo di far guadagnare più soldi possibili all’azienda. Purtroppo però l’utente che ha i soldi in mano non percepisce la passione di chi ha creato quel pezzo di tecnologia, ma acquista in base all’emozione che grazie al marketing crede di poter provare. Il risultato è che dopo 3 mesi siamo affezionati allo smartphone che abbiamo scelto quanto ad uno dei cacciaviti che abbiamo in garage, mentre invece rimpiangiamo ancora quella volta che abbiamo prestato il nostro primo computer ad un parente che non ce l’ha più restituito.

D’altro canto invece posso testimoniare che sono stato letteralmente risucchiato dal vuoto che ancora oggi esiste nel mercato dell’hosting solo perché ho un sincero interesse in quello che le persone vogliono far vivere sullo spazio web che riservo loro. Già questo basta a fare la differenza rispetto ad altri operatori che, avendo giocato al ribasso, non possono permettersi di fornire la benché minima assistenza ai propri clienti, i quali perdono così giornate intere di fronte a problemi che un sistemista risolverebbe in 5 minuti di orologio. Così continuo ad acquisire clienti solo tramite il passaparola, quando invece vorrei potermi vantare di avere efficaci campagne sui motori di ricerca e sui social.




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